Cara Valle Mosso,
e così anche quest'anno "Impazza la Piazza" è andata. Sono stati due giorni strani, di quelli che sembrano scorrere troppo in fretta perché troppe sono le cose da fare, troppi i gazebo da spostare e montare da una parte all'altra della strada, troppi i tavoli, troppe le sedie, e le ore, dannazione, hanno solo sessanta minuti fatti di soli sessanta secondi. Per non parlare degli imprevisti, i problemi a cui non si era pensato e che in un attimo saltano fuori così, con la naturalezza di un bambino che improvvisamente sbuca dal cantuccio in cui si era nascosto con il sorriso stampato in faccia, sbeffeggiandoti perché lui c'era, c'è sempre stato, e non l'hai visto — stupido te, Bartolomeo di giallo vestito. Saltano fuori e devi risolverli, non c'è il tempo di dire che occorreva pensarci prima, devi risolverli in fretta, ché poi si dice che organizzi male le cose, che quei tavoli andavano sistemati meglio, che quella transenna andava messa lì invece che là, che quel cavo volante non va per niente bene, che la sangria è buona ma troppo forte. Dopo tanti anni ormai lo sai che funziona così. E allora corri da una parte e dall'altra con la mappa delle bancarelle in una mano e il telefono che squilla nell'altra, ti improvvisi vigile urbano con le auto che dribblano le transenne che in teoria ne bloccherebbero il passaggio, perché accade che quando si tratta di divieti tutti improvvisamente diventano analfabeti e ciechi — non avevo letto, non avevo visto, scusate — quando non irascibili, come se una congiura cosmica o i poteri forti avessero tramato contro di loro e loro soltanto per impedire loro di usare la macchina proprio in quel giorno. Scruti l'orizzonte nella speranza che arrivi chi aveva promesso di venire, ma che forse si è scoraggiato nel vedere le nuvole nere pronte ad attaccare. Così, Bartolomeo, arrivi alle dieci del mattino con la polo gialla pezzata e forse un chilo in meno, tiri un attimo il fiato, guardi il mercatino sistemato e i corridori partire e preghi che il cielo trattenga la sua voglia di piangere disperato. In fondo si è già scaricato a sufficienza ieri sera, con l'acqua che veniva giù a secchiate infischiandosene del palco coperto per un'oretta buona, giusto il tempo di decidere l'annullamento del concerto delle 8note previsto, e poco più tardi, dopo esserti asciugato dalla doccia di acqua piovana, pensi a cosa si possa fare per vedere almeno per una volta un pochino di sole durante "Impazza la Piazza". Valuti una gita a Lourdes, un voto alla Madonna di Oropa e perfino un sacrificio umano prima di addormentarti. Perché vedi, cara Valle Mosso, Tu sei una tipa davvero difficile. Sembri sempre cupa, arrabbiata, forse un pochino depressa, con i Tuoi palazzi e le Tue fabbriche dismesse che tolgono velocemente la luce ai Tuoi abitanti. Dovresti essere più buona con chi cerca di portare un po' di sole e allegria lungo le Tue vie, rumori diversi da quelli dei macchinari tessili in funzione, ma non per questo meno gratificanti. Dovresti sorridere alla gente che nonostante il Tuo cattivo umore è scesa in strada per dare un'occhiata alle bancarelle, per provare qualche sano brivido su una macchina da rally o semplicemente per mischiarsi agli altri, per sentirsi parte di qualcosa, per essere accomunati non dallo stesso orario di lavoro, non dallo stesso sindacato o dallo stesso reparto, ma semplicemente dall'essere lì, tutti assieme, a calpestare le Tue strade. Dovresti essere fiera di chi Ti sfida nonostante le Tue intemperanze, con costanza e tantissima cocciutaggine, disturbando la Tua quiete domenicale con il rap senza peli sulla lingua dei Senza Freno e gli altri gruppi di "Ogni cosa... è Musica". Dovresti ascoltare gli applausi e le grida del pubblico e rasserenarTi, perché sono suoni sani, perché vuol dire che c'è ancora vita dalle Tue parti. Perché vuol dire che, anche se Tu non lo credi, anche se sei testarda e fai di tutto per farTi odiare, c'è ancora tanta gente che Ti vuole bene, cara Valle Mosso, e con Te non si darà mai per vinta.
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